Io, me e il mio smatphone.

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Sono una malata. Sono una maledetta drogata e me ne sono accorta alla veneranda età di 31 anni. La mia droga si chiama smartphone e se provate a privarmene potrei pensare di uccidervi. Si beh, sto esasperando giusto un pochino la situazione, ma ahimè, non sono molto lontana dalla realtà, ed eliminando la parte sull’omicidio doloso, rimane quella sulla droga e devo ammettere che è proprio così.
Il primo cellulare mi fu regalato quando avevo 14 anni, proprio nei primi mesi che la mia famiglia fu trasferita a Genova. Ero una ragazzina triste, avevo lasciato la mia terra adottiva – la Sardegna – e devo ammettere che facevo disperare giornalmente i miei genitori, probabilmente per fargli pagare il fatto che mi avevano “portata via” dai miei amici, dal fidanzatino, dalla mia casa. Non potevo capire che quel secondo trasferimento era stato imposto, e con la testa che avevo, probabilmente, anche se l’avessi compreso, avrei fatto finta che non fosse così. Quando vivevo a Sassari ero controllabile, la città era piccina, i posti frequentati sempre i soliti, come la gente. Arrivata a Genova fu tutto diverso. Questa nuova città per me era New York e mi disperdevo nell’ambiente ligure volutamente e senza alcun pudore. Ero capace d’assentarmi da casa per ore ed ore e ovviamente senza dare nessun cenno di vita alla famiglia. Così, visto l’andazzo,  quei santi dei miei genitori decisero di acquistare e donarmi un cellulare, ma solo per avere la possibilità di “controllarmi” meglio. Diciamo che per loro, ai tempi, era come avermi installato un microchip, tipo quello per cani, anzi, un Gps, e grazie a quell’aggeggio, avevano la possibilità di comprendere quali fossero i miei movimenti più facilmente, cioè chiamandomi ogni 5 nano secondi.
Non lo dimenticherò mai, quel primo cellulare, un Nokia 5110, fu il mio migliore amico per almeno 3 anni. Mi cadde dal balcone, nell’acqua, nel fango. Era indistruttibile – più di Donatella Versace davanti a delle iniezioni di botox – e mi rendo conto che fu proprio lui a segnare l’inizio di quella che adesso è una vera e propria dipendenza. Ricordo che passavo intere giornate a giocare a Snake. Ve lo ricordate? Quel simpatico serpentino che doveva muoversi in un rettangolo senza scontrare i bordi e acciuffare del cibo, mi ha portato via minuti preziosissimi della mia adolescenza, come l’ospitata dei Backstreet Boys a Sanremo. Giocavo continuamente; a scuola durante le lezioni – un saluto ai Prof. delle superiori che stanno leggendo questa confessione – dopo pranzo, prima dei compiti, dopo i compiti e perfino quando andavo in bagno. Sono diventata campionessa mondiale di quel gioco, anzi, interplanetaria.

L’era di Snake durò per parecchi anni, ma quello che mi ha resa completamente dipendente, fu l’avvento della connessione internet su cellulare.
Ho deciso di scrivere questo pezzo proprio perchè qualche giorno fa mi è successa una cosa che mi ha fatto comprendere quanto siano alti i miei livelli di dipendenza.

Ore 7:15, suona la sveglia che rimbomba nella mia testa come un concerto live dei Metallica. Mi tiro su dal letto arrancando, faccio colazione, mi lavo, porto a spasso Yuma – il Border Collie più pigro della storia dei Border – o meglio, Yuma porta a spasso me, torno a casa, mi vesto, prendo la borsa, ci ficco dentro quel drenante che mi sta facendo fare più pipì che respiri. Esco per andare a lavoro. Salgo in macchina, parto. Ferma al primissimo semaforo apro la borsa e cerco il mio iPhone che solitamente sta posiziono nella taschina laterale; la sua culla. Non lo trovo, ma non mi allerto, solo perché spesso lo scaravento dentro la borsa senza alcuna pietà. Sposto tutto quello che trovo dentro; sette bustine di Oki, una mela, portafoglio, 2 paia di occhiali da sole, una t-shirt di ricambio, una ciambella, caramelle alla frutta e pure quelle alla menta, le sette sfere di Dragon Ball, la tigre, il leone e l’armadio delle Cronache di Narnia; “ODDIO, ma quanta roba ho qua dentro?!”. Niente, l’iPhone non c’è. Proseguo il tragitto verso il lavoro e ad ogni semaforo cerco di controllare se veramente la tragedia sta per essere messa in scena. Più non lo trovo, più l’ansia prende il sopravvento. Arrivo a meta, parcheggio, capovolgo la borsa facendo fuoriuscire tutto, ma nulla, il mio adorato iPhone non era lì.
La consapevolezza di dovermene privare per tutto il giorno mi agitava portandomi al delirio. “E se scoppiasse la guerra?”.  ”Se per caso Obama mi dovesse chiamare per chiedermi un consiglio?”. “Come faccio a conoscere la temperatura esterna senza l’app meteo?”. “Instagram!!! Le mie followers mi daranno per dispersa e chiameranno ‘Chi l’ha visto?’ “. E un’altra serie di sproloqui che evito di elencarvi perché ho una dignità e una faccia da difendere. Morale della favola? Con vergogna ma in totale sincerità, devo ammettere che sono tornata indietro per prendere il telefono, arrivando inesorabilmente in ritardo a lavoro.
Io non ho problemi a parlarne pubblicamente e mentre scrivo questo, mi vengono in mente le frasi di presentazione che vengono pronunciate durante le sedute nei gruppi di recupero: “Ciao, mi chiamo Alessandra e non uso cellulari da 3 anni”. “Brava Alessandra, complimenti!!”. E applausi scroscianti.
Guardatevi intorno, magari quando andare a mangiare fuori. Decine di coperti e per ogni coperto un cellulare sul tavolo, o peggio ancora tra le mani. Il dialogo? Spesso poco, spesso nullo. Anzi, capita proprio che alcune coppie che scoppiano, lo utilizzino per distaccarsi, o passare il tempo durante i lunghi attimi di noia. Abbiamo l’app per il meteo, la musica, le foto e i maledetti social network, quelli che ti portano a postare foto di cibo poco prima di ingurgitarlo, come se fosse dovuto farlo, o meglio ancora, come per comunicare a chi ci segue “Guardate cosa sto per mangiare!!! Siete invidiosi eh?!!”. Per non parlare di quelli come me, che quando non sanno cosa fare, schiacciano, senza nemmeno rendersene conto, il tasto home del cellulare per comprendere se c’è sfuggita qualche notifica. Siamo dei drogati, e ammetterlo è il primo passo per ridurre la dipendenza, un po’ come quando si cerca di smettere con il fumo e ci si ripromette che si fumeranno solo 5 sigarette a settimana. Dovremmo cessare d’essere così fissati, ma il problema è che nessuno di noi ha intenzione di farlo, soprattutto perché se alla radio passa una bella canzone e non abbiamo Shazam, non potremmo mai sapere il titolo e questo potrebbe causarci danni inconsci…già. È impensabile privarci di effettuare check-in su Foursquare anche quando andiamo al cesso, e impossibile non geo taggarci in ogni foto che pubblichiamo, perché è fondamentale che tutti sappiano cosa stiamo facendo, dove, quando, con chi e perché. Mi vergogno.
Ok. Credo di essere stata abbastanza chiara. È stato un piacere chiacchierare con voi, ma ora vi devo salutare perché sono a cena fuori, mi hanno appena servita e devo assolutamente fotografare la portata prima che si raffreddi.
Sto scherzando. Forse.
Alla prossima.


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