Un Capodanno “in pantofole”: come passare un’ottima fine dell’anno!

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Stasera rimarrò a casa. Sì, sì, rimarrò nella mia culla e l’affermo con fierezza senza vergognarmene nemmeno un po’. Per capirmi bisogna partire dal presupposto che detesto i posti estremamente affollati, quelli dove se hai la sfortuna di imbatterti in un’ascella cammuffata da arma chimica, non hai alcuna possibilità di fuga perché circondata da troppe altre persone e soprattutto tante, tantissime altre ascelle. Negli anni poi, ho compreso che quella del 31 è la classica serata sopravvalutata che porta via tempo e un’infinità di denaro. Non pensate? Io dico proprio di sì. Per partecipare ai veglioni è quasi obbligatorio armarsi di un nuovo abito; quindi contempliamo lo stress nel trovarlo, l’ansia che non arrivi in tempo – parlo per me che acquisto tutto online, pure le mutande – lo scazzo nel rendersi conto che quelle fantastiche paillettes brillano, sì, ma pungono come le spine di un cactus e lo fanno talmente bene che arrivano dovunque, perfino all’intestino tenue. All’abito da femme fatale che non deve chiedere mai, bisogna aggiungere un bel paio di scarpe tacco 13,5 cm – non dimenticate di assicurare le gambe – che indosseremo solo quella sera perché scomodissime, le stesse che il giorno dopo butteremo da una parte, insieme al vestito tortura cinese, per poi dimenticare tutto lì, nei secoli dei secoli. Amen. Non parlatemi di cenoni!! Qualche anno fa, io e Andrea – il povero uomo che mi sopporta – abbiamo deciso di trascorrere il Capodanno così, spendendo talmente tanto e mangiando talmente poco che dopo aver imprecato anche in lingua sarda ed essere stati colti da crisi isterica dovuta alla profonda disperazione, ci siamo ritrovati alle 4 del mattino dentro uno dei peggiori locali del centro storico di Genova – che ai bar di Caracas gli faceva un baffo – cercando di convincere il proprietario a non chiudere e a prepararci un’ultimo kebab, ovviamente completo di ogni schifezza iper calorica, partendo dalle varie salse e arrivando alle patatine. Discoteca? Dovrei preventivare 40, 50 euro per brindare in mezzo ad una marea di sconosciuti e “noti” che evito per tutto l’anno, più sbronzi della sottoscritta – tutto dire – con una bottiglietta di spumante dalle pochissime bollicine e un panettone del 1942 che a prescindere dalla data di confezionamento sinceramente manco mi garba; io odio i canditi e pure l’uvetta. Dalle 2 del mattino in poi è noto, nei locali è il degenero! Il ballo della serata diventa “evita il vomito”, perché la gente a Capodanno non sa darsi limiti e beve come se non avesse più la possibilità di farlo per il resto dei suoi giorni. Festa in piazza? Nemmeno se venissi pagata in contanti o con buoni in Nutella. L’ultima volta che ho trascorso il 31 in città ho rischiato l’ipotermia, ho preso 3 gomitate in faccia e 2 sulla schiena, ho rischiato mi rubassero il telefono e ho avuto pure un incontro ravvicinato con un petardo che mi ha sfiorato i capelli facendomi perdere 7 anni di vita e 10 di reputazione a causa delle bestemmie che ho tirato in mezzo alla gente e senza alcun pudore. Qui sopra, i motivi che nel tempo mi hanno portata a rivalutare e amare quello che invece, da piccola, consideravo tremendamente noioso. Parlo del calore della mia casa, delle poche persone che amo e di cui mi fido, del buon cibo e una marea di chiacchiere. Ovvio, avessi migliaia di euro da spendere probabilmente passerei decine di giorni in montagna e porterei con me anche i miei genitori che a suon di sacrifici non sanno più cosa significa privilegiarsi con una vacanza. I soldi però mancano – questo è un elemento che accomuna un po’ tutti – e allora ci si arrangia e si cerca nel piccolo, il meglio. Questo è “il mio meglio” e anche quest’anno sarà così. Eviterò il casino, mi cullerò tra un bicchiere di vino e l’altro, tirerò fuori i soliti buoni propositi che non mi azzardo mai a rispettare – ormai è un rito e sono scaramantica – e dirò ciao al 2014 dando un caldo benvenuto al 2015. State tranquilli. Lo prenderò a braccetto e gli parlerò chiaro, anche per voi, come si fa con un amico di vecchia data, sussurrandogli all’orecchio che da lui ci si aspetta grandi cose, com’è tradizione che sia per ogni anno che verrà. 





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