Alla gogna se siamo donne ma non vogliamo essere madri

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Il tempo vola. Inesorabilmente scorre e non lascia realizzare che sta andando avanti. Ti stordisce ed ipnotizza con quel ticchettio d’orologio, donandoti solo la pericolosa illusione che sia immobile, palpabile, come controllabile. Invece no, in un battito di ciglia scorre un anno, poi un altro, e poi un altro ancora, facendoti ritrovare lì mentre fissi quelle lancette e realizzi che manca meno di un mese ai tuoi 33 anni, al tuo fianco c’è l’uomo che ami – quello per la vita – ma nonostante ciò, non possiedi la men che minima intenzione di completare l’opera mettendo al mondo un figlio.
Ops! L’ho detto. L’ho fatto di nuovo e consapevole che dopo questa affermazione, tra di voi ci sarà chi storcerà il nasino, chi corrugherà la fronte, chi scorrerà queste righe in modo perplesso o chi, addirittura, smetterà di leggere, quasi infastidito e innervosito da una donna così fredda, così “arida”. Seppur in modo diverso, è la stessa reazione che provoco tutte le volte che, con la naturalezza che contraddistingue la mia parlantina e la mia faccia di bronzo, sostengo davanti ad amici e conoscenti che la maternità non una mia priorità. Solitamente chi ho attorno fa finta di non scandalizzarsi, per poi distogliere lo sguardo dal mio, distaccandosi, come se avessi confessato un reato. Come se il non voler diventare madre sia una confessione più atroce dell’aver commesso un infanticidio.

Triste. E non parlo della mia convinzione, della mia scelta attuale – chiamatela un po’ come vi pare – mi riferisco alla limitazione mentale di chi si ritiene estremamente “open mind”, quando in verità è talmente tanto “closed” da non riuscire a comprendere che essere donna non è sinonimo – necessariamente – di essere mamma.
È stupido. È da ignoranti. Sì! Perché questa gente ignora, e non solo la razionalità del mio pensiero, ma anche il sentimento che porta a questo tipo di scelta, ma nonostante ciò – senza capire, senza domandarsi, senza approfondire – punta il dito appoggiandosi all’antica convinzione che le donne che si privano di questo privilegio sono da considerarsi una bestemmia vivente, perché: «Alessandra, la tua scelta attuale è ingiustificabile! Il mondo è pieno di tue coetanee che non possono avere creature e quindi, tu che puoi, chi può, beh, deve!».
Devo!? E devo perché? Per rendere giustizia alle ingiustizie? Non accadrebbe purtroppo, e comunque desidero sottolineare che il “chi ha il pane non ha i denti” in questo caso non vale; non stiamo parlando di carboidrati, ma di piccoli essere umani. 

È terrorizzante. Per questa gente dovrei fare un figlio senza sentire il desiderio che preme nel cuore, perché così dev’essere, perché questo è lo standard che impone la nostra evolutissima società. Inconcepibile una donna che studia, che si afferma nel lavoro, che ama, ma che vive senza procreare. No. Non si può. Perché se non lo fai sei strana, ti fanno sentire quasi una malata. Sei diversa. Perché rinunciare alla maternità, per molti, è sinonimo di egoismo, gelo interiore, quando la verità è che la consapevolezza porta a determinate rinunce, la conoscenza profonda del proprio essere porta a determinata scelte, forse mutevoli, forse no, ma la certezza è che i veri egoisti, invece, sono quelli che mettono al mondo bimbi innocenti con la stessa leggerezza con la quale la sottoscritta divide i panni bianchi dai rossi prima di caricare un ciclo economico di lavatrice. 
Lo penso. Trovo egoista chi fa figli senza volerlo realmente, senza capirlo né sentirlo nel cuore, senza comprendere quanto questo passo sia immenso. Gente che mette al mondo bambini perché “è successo”, perché “prima o poi doveva accadere”, piuttosto di chi, come me, razionalmente e consapevolmente, decide, soprattutto per il per il bene altrui, di non diventare madre. 
E adesso giudicatemi pure. Tanto è risaputo, questo è quello che ci viene meglio fare.


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