Non bamboccioni e nemmeno choosy, solo giovani senza certezze

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Attenzione! Allarme! Ne parlano tutti!
Gli ultimi dati Istat sono chiarissimi; questo non è un paese per i giovani. Che rivelazione! Avevamo proprio bisogno di quest’ultimo rapporto per comprenderlo. Tra numeri e percentuali, pare che nel 2014 6 giovani su 10 tra i 18 e i 34 anni vivessero ancora con la mamma e il papà. Per i giornali ovviamente siamo “L’Italia dei bamboccioni con giovani poco coinvolti nella società”. E grazie al ca…. oserei dire, e scusate se mi permetto.

È facile pensare che i nostri giovani siano dei comodisti senza senso, è ancor più facile, perché palese, sostenere che il lavoro in Italia è un problema e che la disoccupazione conta quasi due milioni e mezzo di ragazzi tra i 15 e i 29 anni, ma è più difficile spiegare come mai in questo paese si faccia una fatica incredibile quando si cerca di raggiungere l’indipendenza. Quindi oggi ve lo spiegherò io, in parole povere, com’è mio solito fare, ma prima credo sia bene fare una distinzione generalizzata tra chi di casa non se ne vuole andare, e chi da casa non può andarsene.

I primi sono quelli che non riescono a rinunciare ai benefici e la comodità del vivere in famiglia – per quanto, garantisco, conosco gente che si definisce indipendente da anni, ma che, sempre da anni, settimanalmente continua a farsi lavare e inamidare camice e mutande da mami e pagare l’affitto dal papi. Quando rimangono in casa nonostante abbiano la possibilità economica per staccarsi dal nido, è perché amano quella vita, non cercano indipendenza, non vogliono né crescere né farsi avanti nella società. Esistono, ma sono pochi, quindi smettiamo di utilizzarli come pretesto per sostenere che gli italiani rimangono in famiglia perché gli fa comodo, perché no, non è così.

I secondi, quelli sui quali desidero concentrarmi e che hanno tutta la mia stima, sono i giovani che un’indipendenza la cercano, ma senz’alcun riscontro. Sono gli stessi che si ritrovano a cercare lavoro per mesi senza risultato, quelli che lo trovano e vengono retribuiti una miseria- quando hanno la fortuna di essere retribuiti – quelli che nonostante tutto resistono e magari nel frattempo cercano altro trovando spesso altri lavori precari e con stipendi da fame e, 90 volte su 100, mai collegati agli studi intrapresi in passato. Ci sono anche quelli che smettono di cercare impiego e provano ad aprire attività in proprio, quelli della partita Iva, delle tasse assurde da pagare – anche quando incassi poco e niente – quelli che dopo qualche mese maledicono di aver provato a mettersi in proprio perché si rendono conto che questo non è un paese che aiuta, anzi, pare faccia di tutto per non farti andare avanti. Perché caro Istat, tu sei bravo, giustamente arrivi con i tuoi rapportini, le tue percentuali, parli di giovani che non lasciano casa e che non lavorano, incentivando ovviamente i soliti giornalisti a tirare fuori quei termini che vanno tanto di moda, quel “bamboccioni” che farebbe salire il crimine anche a Gandhi, quel “choosy” che vorrei vederla la Fornero che permette alla figlia di lavorare senza essere retribuita, ma ai tuoi numeri, per essere politically correct, dovresti aggiungerne altri, spiegando che con 500,00 € al mese non si campa, si sopravvive. Con 1000,00 € in 2 forse sì, ma dipende dove, e comunque pensare ad un figlio diventa utopia. Questi giovani, oltre pagare affitto, condominio, luce, gas, spazzatura, benzina, mezzo, eventuale abbonamento autobus, preservativi perché un figlio non possono permettersi di camparlo, dovranno anche nutrirsi? Dovranno avere una vita sociale, sì o no? E con gli stipendi da fame che ci sono in giro, come possono? Oh beh! Allora, squillo di trombe Istat, ho la verità in mano: questa non è l’Italia del bamboccioni, questo è il paese dei giovani che hanno smesso di essere ambiziosi e di sognare, giovani che hanno paura di crescere perché consapevoli che senza un lavoro non c’è avvenire, un paese colmo di ragazzi che non avranno il futuro che meritano perché chi li governa ha pensato bene di fregarsene, senza alcun rimorso.

Nel prossimo rapportino, Istat, tra i tuoi numeri, virgole e percentuali, scrivi pure questo.


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2 commenti:

  1. Concordo pienamente con quanto descritto nel post tranne sul fatto che i ragazzi hanno smesso di sognare. Piuttosto credo che hanno smesso di lottare a causa di un certo tipo di educazione da parte dei genitori che li ha fatti cresce condizionati dall'aiuto sempre disponibile da parte dei genitori. Ciò diventa deleterio per la crescita della propria consapevolezza. La mancanza di lavoro c'è ma non deve essere motivo di rinuncia alle proprie aspirazioni.

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    1. Sai Giulio, conosco molte persone che hanno chiuso i sogni in un cassetto e si sono dimenticati di loro. Per fortuna, i sogni, raramente, si dimenticano di noi. Un abbraccio

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